Il valore del libro cartaceo

Premessa: siamo grandi sostenitori dell’importanza ed imprescindibilità dell’informatica nella nostra vita; siamo sostenitori dell’uso del PC, del tablet, dell’e-book.
Tuttavia, consapevoli della tendenza a sottovalutare il valore di un libro, inteso come oggetto tangibile da fare proprio, ci fa piacere condividere questa arguta considerazione di Umberto Eco.

I libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Sono fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in vanca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture, ci ricordano (se ci appaiono troppo freschi e intonsi) che non li abbiamo ancora letti, si leggono tenendo la testa come vogliamo noi, senza imporci la lettura fissa e tesa dello schermo di un computer, amichevolissimo in tutto ssalvo che per la cervicale. Provate a leggervi tutta la Divina commedia, anche solo un’ora al giorno, su un computer, poi mi fate sapere.
Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fanno parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta.

Il valore del libro-oggetto trova un autorevole esponente nell’economista inglese John Maynard Keynes che, nel 1936, tenne alla BBC un discorso pubblicato da Laterza nel 2018, del quale riportiamo un significativo estratto:

Un lettore dovrebbe acquisire una ampia conoscenza generale dei libri in quanto tali, per così dire.
Dovrebbe avvicinarli con tutti i propri sensi; dovrebbe conoscerli al tatto e apprezzarne l’odore. Dovrebbe imparare come prenderli in mano, sfogliarne le pagine e raggiungere in pochi secondi una prima impressione intuitiva del loro contenuto. Dovrebbe, col tempo, averne toccato molte migliaia, almeno dieci volte di più di quelli che leggerà sul serio.
Dovrebbe gettare uno sguardo sui libri come un pastore fa con le pecore, e giudicarli con l’occhiata rapida e inquisitrice del mercante di bestiame che giudica una mandria.
Dovrebbe vivere con più libri di quelli che legge, con l’aura delle pagine non lette, delle quali conosce il carattere e il contenuto generale, che gli aleggia intorno.
È questo lo scopo delle biblioteche, proprie e altrui, private e pubbliche. Ed è anche lo scopo delle buone librerie, sia di libri nuovi sia di seconda mano; ce ne sono ancora alcune, e si vorrebbe che fossero di più.
Una libreria non è come un’agenzia ferroviaria, dove si va sapendo cosa si vuole. Uno ci dovrebbe entrare incerto, vago, quasi come in sogno, e permettere a ciò che vi trova di attrarlo liberamente di influenzarne gli occhi, camminare fra gli scaffali e i banconi della libreria, pescandovi come impone la curiosità, dovrebbe essere il divertimento di un pomeriggio.
Non provate timidezza o compunzione nel prendere un libro in mano. Le librerie esistono per fornirli, e i librai ne sono lieti, sapendo bene come andrà a finire.
È un’abitudine da acquisire da ragazzi.