Ariston, di Walter Vacchino con Luca Ammirati

Ariston, di Walter Vacchino con Luca Ammirati

La storia è quella del Teatro Ariston, della famiglia Vacchino, in particolare del capostipite, Aristide e del figlio, attuale patron, Walter, affiancato dalla sorella Carla. Ma la trama è molto più ampia, abbraccia la storia di un secolo, il Novecento, a partire dal dopoguerra, quando c’era voglia i vita, di luce, di speranza, di spensieratezza, e la musica era il toccasana perfetto, quando c’era bisogno i sentirsi una nazione, al di là elle infinite differenze socio-economico-culturali. E la penna è quella di Luca Ammirati, scorrevole, fine, elegante, narratologicamente perfetta. Ed il libro diventa un’avventura formativa nella musica, un’introspezione nella resilienza imprenditoriale, una storia di persone dove protagonisti, dietro il patron e i suoi collaboratori, sono i cantanti, giovani e vecchi, di successo o meteore, italiani e stranieri, e, anche, il pubblico, ogni persona che ogni anno attende quell’evento per non perdersi una serata, o anche semplicemente che ascolta l’ultima o qualche canzone, ma che poi le canticchia. E’ uno dei romanzi più corali che si possa leggere. E soprattutto autentico! Per questo è un romanzo per tutti: per chi è un fedelissimo dell’appuntamento di febbraio ma anche per chi, per vari motivi, non vi è mai stato particolarmente interessato: in questo libro troverà una bellissima storia fatta storie di speranze, di sfide, di delusioni, di rivincite, di sorprese;  di parole, di note, di poesia. Una storia di immaginazione. Che parte dai sogni del cinema di Carlo Vacchino che rileva nel 1907 i locali dell’Eden Concert che diventeranno il Cinematografo Sanremese, poi affiancato dal Teatro Principe di Savoia di cui prende la gestione e poi ancora dal Cinema Centrale, oggi sempre attivo. Da quei sogni, di cui il nipote si alimenta (“La mia camera è collocata sotto la cabina del Cinema Centrale. Tutte le notti, quando vado a letto, sento il film fino alla fine prima di abbandonarmi allo schermo nero del sonno”), nasce la visione straordinaria del figlio, Aristide Vacchino.

Il Festival, partito dal Casinò, entrò nel teatro nel 1977, ma il libro ci racconta anche la prima parte, quella della “scommessa” di un Festival della canzone italiana, con grandi voci ad interpretare più canzoni, nato a Viareggio e poi adottato subito da Sanremo, le prime edizioni con l’orchestra Angelini, Nilla Pizzi, in un’atmosfera da café chantant: “È l’inizio di un romanzo musicale: sorrisi e lacrime, trionfi e cadute, polemiche e retroscena. L’inizio di un rito collettivo che conquista il cuore della gente, dell’appuntamento fisso per antonomasia della nostra cultura popolare”. Fino all’edizione del 1968 costellata di nomi illustri, fra i quali Louis Armstrong con la presentazione di un giovanissimo Pippo Baudo, passando però dalla incancellabile notte del 26 gennaio 1967, quando Luigi Tenco si toglie la vita, lasciando quelle poche righe di accusa ai giudici e a tutti noi un’eredità di impegno a riscattarlo. 

Il romanzo del teatro è ricchissimo di protagonisti: anno per anno, sfilano sul palco delle sue pagine tutte le varie edizioni nelle loro diversità di ispirazione da parte del direttore artistico, nei suoi ospiti, cantanti giovani e vecchi, exploit, piccoli drammi, come la notizia della morte di Claudio Villa nella serata finale del 1987, episodi chiacchierati come i tentativi di suicidio, le proteste operaie, la sempre temuta (e cercata) esuberanza di Benigni che nel 2011 propone e realizza l’arrivo a cavallo per celebrare i 150 dell’Unità d’Italia con un simbolo risorgimentale, i capricci delle star, dalla mancata partecipazione di Elton John, ai vandalismi dei Duran Duran, alle pretese di Madonna, lo sconcertante festival del 2020, a Teatro completamente vuoto per un messaggio deciso: “Un corsa verso il ritrovamento di una normalità. Verso la vita. Bisogna far sentire al Paese che non è morto”.

Il capoverso che chiude il sipario di questa storia bellissima (ma per riaprirla continuamente, ad ogni spettacolo del teatro e soprattutto ad ogni edizione del Festival), esprime, con le parole di Luca Ammirati, lo spirito della famiglia Vacchino l’istinto alla sopravvivenza di una spensieratezza vitale: “Oggi più che mai abbiamo bisogno di una scatola magica che riesca a trasformare la tragedia quotidiana in un lieto ine Un lieto fine comune, per tutti, non solo per qualcuno. L’auspicio è che chiunque entri in un teatro, in qualunque teatro, lo faccia con l’animo disposto a riflettere, a conoscere, a capire. Il teatro è questo: un luogo di poesia, di affetto, di ironia. È creare bellezza in risposta alla distruzione”.