Estelle, di Massimo Piccolo

Estelle, di Massimo Piccolo

Sotto l’autorevole influsso di sensibilità quali quelle di Calvino, Marquez e Disney, “che ci hanno spesso ricordato che niente, meglio del fantastico, può raccontare i più grandi temi dellesistenza”, Massimo Piccolo ha elaborato questa splendida fiaba moderna e antica nello stesso tempo: antica per l’atmosfera che evoca con un uso assolutamente perfetto del registro linguistico del genere fiabesco, moderna perché nonostante parli di principesse, di incantesimi, di castelli e cavalieri, riesce a dire qualcosa di nuovo e inatteso, un messaggio che non è mai fuori tempo, quello della capacità di crescere attraverso i sogni, anche quelli che sembrano più irrealizzabili, sfruttando il loro potere catartico e formativo.

La principessa Estelle, è una figura potentemente onirica: bellissima, eterea, sfuggente come lo sono le principesse più austere delle fiabe. Custodita dal padre con premuroso affetto e costante preoccupazione per la sua salute (rispecchiando un cliché di genitore oggi diffuso), che la rende, come la madre, vulnerabile alla luce troppo intensa, la principessa è cresciuta in un ambiente iperprotettivo volto a prevenire qualsiasi negatività o minaccia. Questo non le ha però impedito di sviluppare una propria personalità: intelligente, consapevole, determinata, Estelle non si lascia conquistare da un amore romantico per un giovane povero. L’incontro fortuito, presso il calderone della cioccolata nelle cucine del castello, con il giovane Juan, suonatore di accordìon dell’orchestra, rappresenta l’incontro fra sogno e realtà, fra immaginario fiabesco e concretezza di vita. Mentre Juan si perde nel sogno d’amore impossibile, Estelle si limita a coglierne gli aspetti che soddisfano la sua immediata femminilità, il piacere di un bacio rubato, di una musica romanticamente avvolgente e trascinante.

Juan si ritrova così a custodire il suo sogno d’amore, cullandolo nella propria sensibilità di musicista che l’amicizia con il cocchiere Petrov, valorizza nella sua funzione di conforto e riempimento: “Non esiste niente che mostri la fiamma che ti brucia dentro meglio di quello che canti…o, nel tuo caso, che suoni”. Confidandogli di aver anch’egli nutrito il sogno e l’amore infelice, gli fa intravvedere un orizzonte di serenità raggiungibile: il sogno deve finire prima o poi, ma senza fretta, senza violenza, quando sarà pronto per sfumare nel reale: “I demoni della nostra testa sono molto pigri. Fissato un ricordo lo lasciano lì, senza che prenda polvere, ragnatele o che la pittura sbiadisca. Almeno, fino a quando dovranno fare i conti con la realtà”.

Ed è proprio quello che succede ad Estelle, che custodita dall’amore troppo premuroso del padre in un mondo chiuso alla sperimentazione ed al rischio, ovattato in una realtà artefatta, non aveva potuto affrontare il processo di maturazione dall’ideale al reale e deve così percorrere il cammino contrario, verso un finale inatteso e travolgente.

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