Chiedi alla polvere, di John Fante

Chiedi alla polvere, di John Fante

Lo stile di Fante è limpido, scorrevole, semplice ma molto profondo, ricco di emotività e spontanea ricerca di sé. Il personaggio principale, che sarà poi protagonista di altri romanzi di successo di Fante, è Antonio Bandini, un italo americano: figlio di immigrati, sente su di sé il peso del contrasto fra le sue origini, che lo costituiscono fin nel più profondo dello spirito, ma delle quali teme di vergognarsi e la sua nazionalità americana, della quale vuole andare orgoglioso e che sbandiera tronfio fino a disprezzare altri come lui. Bandini è un aspirante scrittore, viene dalla strada polverosa e riarsa e vuole raggiungere il benessere economico esclusivamente per sentirsi ricco e potente, non per realizzarsi come persona. In tutto il libro aleggia il misterioso editore di Bandini, anch’esso di origini miste, perché originario della Germania: Hackmuth. Non compare mai, se non tramite un paio di lettere telegrafiche, la sua è un’ombra vaga ma di costante riferimento per il protagonista che parla di lui, che manifesta il suo desiderio di compiacerlo, la sua gioia nel trovare riscontro positivo in lui, la sua gratitudine immensa. Il lettore all’inizio è portato a giudicarlo uno sfruttatore, un poco di buono che mira ad ingannare lo scrittore; ma a poco a poco si rivela per colui che, realmente, riesce a scoprire il talento di Bandini anche laddove egli stesso non ne era del tutto consapevole.

C’è un istinto primordiale, infantile, irrazionale nel protagonista che si comporta spesso in modo sprezzante e puerile; ma questo istinto rivela la sua semplice immaturità psicologica: egli è alla ricerca di un posto “pulito”, di un ruolo specifico in una società dell’America degli anni ’50, perbenista e benestante. Ma non riesce a togliersi di dosso quella polvere di etnia europea, di povertà, di disadattamento, di indecisione; ci si sente affogare e per questo diventa ancora più scontroso ed irritabile: il suo rapporto con la messicana Camilla Lopez è emblematico di questo suo stato contraddittorio.

L’episodio del terremoto, al quale assiste, fa scattare qualcosa in lui: l’umanità derelitta che fino a quel momento lo aveva nauseato, gli si rivela in tutta la sua umanità vera e propria: “La mia parte migliore si destò e tutto quello cui aspiravo negli oscuri recessi del mio essere affiorò in quel momento alla coscienza. Davanti a me c’era la muta tranquillità della natura, indifferente alla grande città; oltre queste strade, attorno a queste strade, c’era il deserto che attendeva che la città morisse per ricoprirla di nuovo con l sua sabbia senza tempo. Fui sopraffatto dalla consapevolezza del patetico destino dell’uomo, del terribile significato della sua presenza. Il deserto era lì come un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle, prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte Il male del mondo non era più tale, ma diventava ai miei occhi un mezzo indispensabile per tenere lontano il deserto.”

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