Quello che i ragazzi non dicono di Nan Coosemans

Quello che i ragazzi non dicono di Nan Coosemans

Un testo di formazione per genitori di adolescenti, strutturato su tre livelli:

  • Una lettera o pagina di diario di un ragazzo o ragazza
  • La risposta dell’autrice
  • Il commento rivolto ai genitori

Questi tre livelli coprono così i tre punti di vista dei comportamenti giovanili in quella che è l’età più critica: dagli undici ai diciotto anni, in una lettura interessante e stimolante.

Ciò che caratterizza e accomuna le pagine autobiografiche sono i problemi riportati che più che alla natura dell’età sono soprattutto ricollegabili a contesti sociali e familiari: divorzi, separazioni in casa, traslochi, cambio di scuola, primi innamoramenti, bullismo e cyberbullismo, adozione, dislessia, fino a fenomeni particolarmente crudi, come situazioni familiari di violenza, alcolismo, depressione, rifiuto. Ci sono pagine che sembrano del tutto aliene dalla nostra realtà, immagini di famiglie in forte conflitto, insulti e svilimenti rivolti dai genitori ai figli, manifestazioni di delusioni quasi insostenibili. Davvero è traumatico pensare che possano essere storie vere.

Per contro, vi sono alcune pagine di ringraziamento, di espressione di piena soddisfazione per il clima familiare che viene percepito e per tutto ciò che si è ricevuto.

In mezzo, alcune lettere di mero dialogo: presentazione di proprie esigenze e bisogni, lamentele di comportamenti o frasi rivolte dai genitori che non vengono gradite, tentativi di spiegare a parole il proprio punto di vista.

L’autrice dà voce ai ragazzi: invitandoli a scrivere lettere rivolte o ai genitori direttamente (sono fra gli esempi più belli) o al neutrale diario, consente loro di aprirsi dalla propria visione delle cose e nel proprio linguaggio: “Non insegnateci solo ciò che hanno insegnato a voi: osate passare anche a cose nuove, scoprite insieme a noi campi inesplorati, cercate di mettere in pratica divertimento e ricordi allo stesso tempo”.

Fra i numerosi aspetti noti, ho evidenziato diversi punti interessanti che riporto:

  • Faticare a dormire tra 14 e 16 anni è tipico, per il ritardo nel rilascio della melatonina che induce il sonno à dormono poche ore nella settimana e molto la domenica.
  • Fino ai 10 anni il cervello dei bambini si forma con gli input che arrivano dalle persone vicine, familiari prima di tutte; dopo fino ai 25 anni la corteccia cerebrale si riforma con le informazioni provenienti dalla loro esperienza vogliono agire di testa loro.
  • Il bullismo agisce in un momento in cui i ragazzi sono esposti al giudizio degli altri e se questo giudizio è particolarmente negativo, è possibile che il ragazzo cominci a crederci e col passare del tempo diventa una convinzione rimanendo dentro di lui come un peso intollerabile. Il bullo, a sua volta, è una vittima di giudizi simili che in lui hanno agito da stimolo aggressivo: “Un bullo non è una persona cattiva, è una persona con una storia”.
  • Significato e funzione del selfie: l’adolescente ha bisogno di avere più “mi piace” possibili e non averne è motivo di sofferenza tanto da farlo sfociare, a volte, oltre i limiti del buonsenso, perché ciò che desidera sopra ogni cosa è mostrare un’immagine di sé che lo faccia sentire accettato.
  • Non parlare mai a caldo con un ragazzo arrabbiato o affranto, ma attendere che sia meno agitato; ascoltalo, anche se dice cose sulle quali non sei d’accordo e soprattutto non giudicare né lui né l suo comportamento.
  • Non contrastare (“la prima reazione del genitore rafforza le resistenze del figlio”), accettare il suo pensiero ventilandogli la possibilità che vi siano pensieri diversi: “Può darsi che tu abbia ragione ma io la penso così e sono convinta che tante persone siano d’accordo con me”.
  • Le aspettative portano una grande quantità di ansia.
  • Chi subisce un abuso emozionale (che non è necessariamente un evento drammatico ma anche la sottomissione ad un’aspettativa, un giudizio, un confronto) spesso cercherà di trasformare ogni esperienza vissuta in qualcosa di costruttivo. Purtroppo però, altrettanto spesso nelle sue relazioni coi figli potrebbe comportarsi esattamente come l’abusante, vivendo inoltre in uno stato di ansia perenne, difficoltà a gestire rabbia, ansia e frustrazione, fatica a socializzare: “I figli trovano sulla loro strada le pietre che i loro genitori hanno lasciato durante la loro vita (John Wilmot)”.
  • Etichettare un figlio con una patologia particolare (dislessia, autismo, ecc.) è una questione molto delicata: l’etichetta non cambia la sua essenza, è e sarà solo una categorizzazione della sua personalità.

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