Che brutto nome che mi hanno dato, di Andrea Cotti (Edizioni EL)

Che brutto nome che mi hanno dato, di Andrea Cotti (Edizioni EL)

Andrea Cotti ha esordito come poeta e questo suo romanzo breve per ragazzi è una sorta di poesia in prosa: attraverso un lungo monologo, il giovane Tommaso, dopo aver esordito dichiarando di odiare il proprio nome, di trovarlo brutto e difficile da portare,

Sono sul pullman. La strada è tutta in salita e tutta curve. (…) E penso:
Dio, che brutto nome che mi hanno dato.

parla immediatamente di Lucrezia, la compagna di scuola che, come lui, porta un nome impegnativo, ma con una differenza. Lei, bellissima ai suoi occhi, sembra portarlo con estrema naturalezza. A dieci anni i due bambini giocavano insieme e Tommaso, colpito dalla disinvoltura di lei nel saper gestire un nome “un po’ assurdo e sproporzionato” e non vergognarsene, se ne innamora. Si innamora della sua dolcezza, della sua timidezza, del suo aspetto fisico. Passano gli anni, a diciassette è ancora innamorato di lei. L’esperienza di una settimana di colonia in una piccola località dell’Appennino può essere per lui l’occasione di rompere il ghiaccio di un imbarazzo che con l’adolescenza era cresciuto fra loro.

Da quel momento, inizia un lungo percorso interiore di Tommaso, svolto come nelle immagini di una pellicola cinematografica. Sulle pagine del libro, il ragazzo riversa tutti i suoi pensieri, elabora con impressionante lucidità emozioni, sentimenti, parole, sguardi, movimenti propri e dei compagni restituendo a se stesso e al lettore-interlocutore una disamina delle paure, insicurezze, aspettative adolescenziali.

L’effetto narrativo è sorprendente grazie all’originalissimo registro adottato dall’autore, un registro poetico: frasi espresse piuttosto come versi per la loro brevità, per l’andata a capo, per la frequente assenza di proposizione principale, per il ridursi, spesso solo a parole, una parola per frase, per capoverso. Sono i pensieri di un ragazzo di diciassette anni, spontanei, non filtrati dalla coscienza o dalla ragione, lasciati esprimersi verbalmente.

Divide i giovani in due tipologie caratteriali, quella dei marginali, alla quale appartiene lui stesso, e quella dei duri e sicuri:

Io sono timido e sensibile.
Sto sempre sui bordi.
Potrei pensare che sono un po’ indietro. In parte è anche vero.
Ma io preferisco, più che indietro, a lato.
Anche i miei compagni di stanza.
Cioè non so se sono timidi e sensibili.
Comunque marginali.
Non fuori, non disadattati.
Solo marginali.
Io. Loro tre.
Forse quasi tutti in questa colonia estiva.
Esclusi cinque o sei.
Quelli sono i duri e sicuri.
(…)
Come per noi marginali non ci vuole molto a riconoscerli.
Sono i gesti sciolti e precisi, le parole scandite, le voci modulate bene, gli sguardi che non s’abbassano. 

E questo suo processo di

Rovesciarsi da dentro.
Cambiare, viaggiare, capovolgersi.
Esplodere e implodere.

gli consente di approfondire le riflessioni e sviluppare un preciso percorso formativo che lo porta, in quella settimana, a raggiungere una consapevolezza nuova, gli consente di vedere il punto di vista degli altri e questo è il primo passo verso la comprensione e l’empatia:

Forse anche i duri e sicuri hanno i loro disagi che vogliono scordare.
Sì, lo sfogo nella corazza intatta.
Ma anche la fatica di essere sempre così, forse.
(…)
Le difficoltà sono anche di chi è forte a gestire gli impulsi e gli ostacoli e le deviazioni che ci sono ogni giorno.
Le pressioni.
A scuola. A casa.
Dover restare forte.

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