Musica sull’abisso, di Marilù Oliva (Harper Collins)

Musica sull’abisso, di Marilù Oliva (Harper Collins)

Secondo episodio dedicato a Micol Medici, l’ispettore di polizia bolognese, semplice, discreta, introversa, forte e vulnerabile al tempo stesso. Micol aveva fatto la sua apparizione nel primo romanzo che l’autrice ha dedicato a questo suo nuovo amatissimo personaggio, Le spose sepolte, ambientato in un paese immaginario dell’appennino emiliano-modenese, dove era stata inviata per le indagini. Invece, qui, Micol torna a Bologna. Cambia squadra, chiedendo di essere spostata alla Sezione Omicidi, ritrovandosi parte dei compagni precedenti, fra i quali purtroppo il sovrintendente Antonio Iacobacci, suo sottoposto di grado incapace di conciliare il suo ruolo gerarchico con le proprie convinzioni di genere fortemente maschilista. Micol si ritrova così il peso psicologico di qualcuno che non crede in lei non per sue effettive inadeguatezze, ma per pregiudizi, per convinzioni di costume e storiche.

Pregiudizi, convenzioni di costume e storiche: parole che evocano il contesto di questa nuova storia, una storia oscura e inquietante. Una storia che attraversa il tempo, collegando con il suo fil rouge, otto vittime in un arco temporale di quasi 15 anni. Otto vittime collegate da un altro fil rouge, quello della classe di liceo frequentata, la V G del liceo classico Cicerone, della quale si diceva che fosse vittima di una terribile maledizione.

Lorenzo scompare misteriosamente il 21 febbraio 2004, lasciando per anni il mistero sulla propria sorte e soprattutto annichilendo psicologicamente e fisicamente la madre che, dopo aver praticamente vissuto veramente solo per lui per diciotto anni, costretta in casa ad accudire il marito invalido, era stata privata anche della certezza della fine del figlio e languiva in un limbo di speranza e disperazione.

Pochi mesi dopo Alice, iridescente diciottenne, appassionata di acrobazie sospese, intimamente dedicate al padre, vittima silenziosa di una madre aggressiva e insensibile, durante una gita scolastica, compiendo la sua evoluzione sul cornicione dell’albergo in cui la classe si trovava, precipita nel vuoto.

Poi, James, il migliore e inseparabile amico di Lorenzo, un anno esatto dopo la sua morte, si uccide impiccandosi nella sua camera.

Anche Adelaide, condannata da un male incurabile che da anni la costringeva a visite, farmaci, ricoveri, prima che sia lui a ucciderla, preferisce uccidersi da sola, con una dose di droga.

La maturità scioglie il gruppo ma non la maledizione che, come un’erinni li perseguita negli anni a seguire: dopo nove anni, le due splendide gemelle Sofia e Sveva, muoiono in uno spaventoso incidente d’auto.

L’anno dopo è Galena, annientata da un’overdose di ketamina.

Poi Karim, raggiunto dalla morte per un arresto cardiorespiratorio in Calabria, dove da anni viveva con la propria famiglia.

Infine, l’ultima tragedia, quella di Gwendalina, che, nel 2018, viene trovata annegata nel fiume.

È l’ultima della serie, ma la prima della storia che è ambientata in quell’anno. E Micol comincia da lei il suo percorso a ritroso. Nonostante il suo carattere schivo, nell’indagine sarà quasi sempre affiancata da qualcuno: non solo la sua squadra, nella quale per un Iacobacci che la sfida e la opprime, c’è per fortuna, il delicato e rispettoso Ivo Tiberio Guerra, nel quale trova un prezioso ascoltatore, capace con il suo gradevole accento siciliano, il suo viso rilassato e sorridente, la sua indole tranquilla, di infonderle serenità e farle ritrovare pazienza e accettazione. Ma soprattutto accanto a Micol c’è Virginia, l’amica anatomopatologa che avevamo conosciuto nel primo libro solo come voce al telefono e che in questa occasione è davvero onnipresente al suo fianco. Si vedono a pranzo, per un aperitivo, per una cioccolata, parlano del caso che Micol sta seguendo e Virginia svolge un ruolo fondamentale, quello di ricettacolo delle riflessioni e delle reazioni psicologiche dell’amica. L’aiuta nel valutare i dati a disposizioni, le dà informazioni professionali, la stimola se la vede incerta ma fa anche il contrario, la frena dove la vede troppo tranquilla: il suo rapporto con Roven, l’uomo che Micol sta frequentando con fiducia dopo la burrascosa e svilente relazione con Ludovico nel romanzo precedente e che la fa finalmente sentire apprezzata per quello che è, accettata completamente. Strano che Virginia, pur così affezionata all’amica, sia indotta a metterla in guardia. Eppure, quell’uomo sembra davvero troppo perfetto. Può nascondere qualcosa? Possibile che non possa, finalmente, sentirsi appagata e sicura? Sembra che la sua delicatezza la metta sempre sul filo di una tensione non solo professionale ma anche personale.

Partendo sempre dai “pittini”, come i suoi compagni di squadra chiamano i fogli di appunti sui quali Micol riporta tutti i fatti a mano a mano che li conclamizza, solo fatti, non sospetti, intuizioni, pareri altrui, fatti reali e incontestabili perché devono essere quelli i mattoni su cui costruire ragionare, l’indagine si dipana all’indietro com un gomitolo riavvolto dal 2018 al febbraio 2004, al 21 febbraio per l’esattezza. E qui comincia l’incubo: il 21 febbraio è la data di morte di quasi tutti. Non è possibile che sia casuale. Seppure le morti sembrino spesso accidentali o giustificate, quell’inquietante data ricorrente è un segnale. Il segnale di qualcosa che le collega tutte. Ma l’elemento decisivo che delinea la strada da percorrrere verso la meta della soluzione finale è una canzone in latino che Adelaide aveva scritto con una tale qualità di lessico, grammatica e sintassi che la professoressa, commossa, non era stata capace di non assecondarla, limando e correggendo qua e là un testo già quasi perfetto. Una canzone fosca, struggente, un inno alla morte nella visione cinica e leggera che solo gli adolescenti possono averne. Ma da una lettura attenta a metafore, analogie e simbologie, affiora una traccia impensabile. Mors Mortis è il titolo della canzone perché la morte aleggia su Adelaide e, come un’ombra, incombe da un passato frainteso, usato impropriamente, sfruttato da una generazione confusa che pensava di avere in mano la propria vita e di potersela giocare come voleva.

Infiltrato nel tono aulico e tragico del romanzo, come un sorriso ammiccante che ogni tanto richiama il lettore alla realtà, è il tono spiritoso che caratterizza le scene in cui Micol ha a che fare con la madre Donatella, un personaggio ingombrante, invadente, ancora molto giovanile e intraprendente ma solo dove e quando vuole lei, completamente incapace di gestire le cose più pratiche della vita per le quali chiede continuamente aiuto alla figlia. Probabilmente è solo un modo per tenerla attaccata a sé e ci riesce, perché Micol, pur manifestando insofferenza, le risponde, va da lei, l’accontenta, mantiene quel legame che la vita adulta spesso tira troppo, quasi fino a spezzare.

L’incipit è una calamita per l’attenzione del lettore: “21 febbraio 2004 – Lorenzo, mezz’ora prima di scomparire”. È la voce rievocativa di uno dei protagonisti scomparsi che, ammantata di pena, esprime il dramma di una coscienza raggiunta troppo tardi, la coscienza di un’imminente fine ingiusta e violenta e di quei valori della vita che aveva calpestato. I capitoli dei monologhi dei ragazzi si alternano, in corsivo, ai capitoli della trama attuale dove si muove Micol, e costituiscono lo specchio della loro personalità più intima che non hanno avuto il tempo o la forza di rivelare. Da pochi giorni a pochi minuti prima di morire, a turno e ripetutamente, Lorenzo, James, Alice, Gwendalina, Adelaide, Karim, Galena, Sofia e Sveva, ormai spiriti aleggianti al di sopra dei pregiudizi e delle disillusioni che li hanno tormentati, sussurrano la loro vita, le speranze, le delusioni, le paure, la rabbia, l’odio, il disprezzo, riversano se stessi come aedi di un’altra dimensione.

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