I sotterranei della cattedrale, di Marcello Simoni (Newton)

I sotterranei della cattedrale, di Marcello Simoni (Newton)

Breve e intenso, questo romanzo nella cui postfazione l’autore evidenza gli aspetti storici dai quali è partito per tessere la sua trama gialla-thriller, presenta la scorrevole e rigorosa scrittura che caratterizza i romanzi di Simone: scorrevole, quindi capace di affascinare il lettore e trascinarlo nell’intreccio, rigorosa perchè non fa concessioni ad espressioni di gergo moderno, cercando sempre quel perfetto equilibrio fra chiarezza del testo e credibilità del contesto storico scelto.

Questa volta Simoni si cimenta con un periodo insolito per lui, il 1789, anno della Rivoluzione Francese, che è ancora lontana però, perché gli eventi si svolgono in gennaio. Tuttavia, negli ambienti intellettuali stanno cominciando a serpeggiare impulsi illuministi celatamente apprezzati da alcuni professori ecclesiastici e rigettati grettamente da altri. Un’aura di quello stravolgimento socio-culturale che pochi mesi dopo esploderà in Francia e da lì in Europa, si manifesta subliminalmente nell’idea del diritto alla ricerca della verità che il protagonista, il giovane dottorando Vitale Federici, dell’Università di Urbino, sente di avere di fronte alla morte del suo professore di filosofia, Ferdinando Lamberti, da lui stimato e amato. Quella morte lo sconvolge profondamente, come se fosse la porta di passaggio dall’anticamera dell’ignara, seppur spensierata, adolescenza alla stanza della maturità dalla quale comprende di non potere più e forse nemmeno volere, tornare indietro. Tanto che, perfino l’amore per la giovane Lucrezia, sebbene sincero, forte e costante, passa in secondo piano rispetto al bisogno di capire il motivo di un atto così efferato. E non conta neppure la consolazione di essere stato scelto dal rettore come successore del maestro alla cattedra di filosofia. Il sogno coronato per la morte del suo mentore non è appagante. Tanto più che non sarà la sola vittima.

Per Vitale sono morti traumatiche che lo straziano ma nello stesso tempo lo calamitano nel bisogno di far luce sulle motivazioni che possono aver spinto degli individui ad uccidere ripetutamente senza alcuna pietà.

Nelle indagini il giovane viene affiancato da due amici, Bonaventura e Gaspare (un trio giovane, affiatato, curioso e intraprendente che richiama i protagonisti della collana Mondadori Il Giallo dei Ragazzi degli anni ’80). Sono proprio loro ad intuire il coinvolgimento della Setta degli Assorditi, una particolare congregazione fondata a Urbino della quale avevano fatto parte anche figure di grande levatura come Ariosto, Tasso e Guarini, identificata dal motto Canite surdis (‘cantate ai sordi’) che riecheggiava l’episodio delle sirene di Ulisse, per indicare che i suoi adepti, “nel solcare il mare della sapienza dovevano restare sordi alle lunsinghe del lusso e dei piaceri smodati“. La ricostruzione analitica degli eventi attraverso i piccoli dettagli che Vitale è abilissimo a rilevare, lo portano nei sotterranei della cattedrale di Urbino, alla ricerca, sulle tracce di un testo di Caio Vesidieno Basso, di un antico tempio pagano, chiamato Ninfeo. Ambientazione che l’autore sfrutta sapientemente per dare una sfumatura gotica al suo romanzo, quella dell’omaggio alla Notre-Dame di Victor Hugo. Là, fra le volte e i trifori si celava il gobbo Quasimodo, qui, nei sotterranei, vive l’Ombroso, un essere umano privo di educazione civile, frutto, secondo la leggenda, del peccato di una suora, allevato nell’ombra di una sporadica e incomprensibile fede cristiana trasmessa come unica fonte di cultura umana: “La sua espressione selvaggia, quasi atavica, lo fece subito pensare ai lunatici, agli isterici e ai fobici notturni che subivano gli influssi della luna (…), mentre una gran pena andava sostituendosi al disgusto e allo spavento”.

Vitale ha il coraggio di entrare nella cripta e percorrere gli oscuri corridoi sotterranei della cattedrale, per fare luce non solo sugli omicidi ma anche sulla loro causa, il tempio delle NInfe: simbolo di antichi culti pagani e nello stesso tempo espressione artistica di immenso valore è oggetto di una sorta di braccio di ferro tra Chiesa e Università, tra il voler tener nascosto un pericoloso potenziale stimolo di suggestione pagana ed il voler riportare alla luce un’opera d’arte di straordinaria bellezza. Non è un caso che la chiave che apre quel tempio sia una chiave musicale, perché anche la musica, come l’architettura e la scultura, esprime la bellezza perfetta e intangibile. Ed è quella bellezza senza tempo, senza leggi, senza interessi politici a far tremare chi in quel tempo secondo leggi precise e precisi interessi politici agiva: “La fede può resistere a tutto. Alla morte, alle guerre, alle ingiustizie. Ma non alla bellezza”.

Nel ringraziare, nella postfazione, l’Università di Urbino ed i “suoi scherlochiani che sono stati fonte di suggestione e di idee inaspettate”, l’autore esprime la consapevolezza di quanto ci sia di bello in senso lato nella storia e nel mondo: bello da conoscere, da imparare, da guardare, da ascoltare, da scrivere e da leggere.

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