Il nano rapito, di Lorena Lusetti (Damster Edizioni)

Il nano rapito, di Lorena Lusetti (Damster Edizioni)

Al suo sesto romanzo della serie di gialli dedicati all’investigatrice privata Stella Spada, Lorena Lusetti, scrittrice bolognese versatile e prolifica, ha mantenuto la brillantezza dei toni accanto all’impegno dei temi trattati regalandoci,  una lettura divertente e nello stesso tempo intimamente seria. Stella è l’investigatrice borderline, incapace di conformarsi alle regole di un sistema etico e sociale tante volte contradditorio. La sua personalità bipolare esprime in modo originale ed eloquente il sottile confine tra bene e male, tra giusto ed ingiusto. Attraverso la narrazione in prima persona, Stella filtra i comportamenti umani, le interrelazioni fra le persone, le parole dette e quelle taciute, i presentimenti, ed un’ampia gamma di sfumature emotive restituendole al lettore con humour e autoironia. Si ha così l’impressione di essere il suo interlocutore, il confidente incorporeo, riflesso del suo continuo autoesaminarsi, prender coscienza della complessità dei rapporti umani e umilmente ammettere i propri difetti e debolezze; e depositario del suo obiettivo, quello di voltare una pagina importante della sua vita: “Una nuova Stella Spada si affaccia sulla città di Bologna, da adesso sarò solo Stella, la Spada la chiudo in un cassetto e butto la chiave”. Ma non sarà così facile.

Come ne I vasi di Ariosto, anche in questo nuovo episodio, l’input all’indagine proviene da un incarico obiettivamente ridicolo, il recupero di un nano di gesso vecchio e malmesso, sottratto al giardino di una Associazione Orfeonica del centro di Bologna. E Stella, stupendo il proprio neo assistente in prova gratuita, gli dice che senz’altro accetteranno l’incarico: “Questi sono i casi migliori: poca fatica e parcella sicura. E poca spesa, visto che via Broccaindosso e dietro casa”. Al lettore confida qualcosa di più sul motivo che la spinge ad accettare casi come quelli: il fatto che sono “assurdi al punto giusto da poter fingere un impegno e un interesse che di solito non ho intenzione di spendere”. Giacomo Puccini – così si è presentato il giovane rispondendo all’annuncio nel quale l’investigatrice offriva un posto di lavoro – è un pesonaggio amabile, giovane e onesto, semplice, paziente; riesce ad integrarsi perfettamente nello spazio indefinito che la sua titolare gli riserva, uno spazio che aumenta o diminuisce a seconda dell’umore di lei, ma anche a seconda della capacità del giovane, una volta compresa (con molta naturalezza) la natura complessa e fragile del suo capo, di gestirselo autonomamente compensando quel bisogno di aiuto e soprattutto di fiducia che lei nutre disperatamente senza saperlo.

L’intreccio si dirige inizialmente in tre direzioni: la ricerca del nano rapito, Orfeo, che scatena un’invasione di vecchi nani da giardino dopo che Giacomo ha avuto l’idea di mettere un’inserzione promettendo una ricompensa, il pedinamento di una moglie sospettata di adulterio dal marito, una voce femminile che lancia un appello disperato alla radio in cui lavora alla sera Giacomo, confessando di aver ucciso il marito; ed infine, il delitto vero e proprio, anzi un triplice delitto nel quale l’autrice nasconde con circospezione una problematica molto delicata, quella della criminalità infantile, dell’origine di indoli prive di scrupole, della consapevolezza o meno dell’entità di loro atti, del coinvolgimento emotivo dei genitori.

Stella viene convocata sugli appennini tosco-emiliani, a Badi, una località sul bacino di Suviana, un bellissimo lago ricavato con l’innalzamento di una diga che ha sepolto un intero paese, previo trasferimento degli abitanti su un versante più alto. Lo sfondo del romanzo è un omaggio alla bellezza di questo luogo, al senso di pace che trasmette, alla sua capacità di accogliere chi ha bisogno di ritirarsi dal caos, dall’inquinamento materiale e mentale della città e della sua vita frenetica. Per questo, Stella fatica inizialmente a godere il paesaggio, lei stessa ammette che il tumulto dei suoi pensieri e delle sue emozioni, le impedisce di osservarlo, di farne parte. Solo pacificando le proprie battaglie, può rispondere al richiamo di una natura benefica.

Ma proprio quel lago così sereno diventa elemento di morte: a poca distanza di tempo, vi vengono rinvenuti tre corpi, morti per annegamento, contusi per la caduta che li ha fatti rotolare fra i ciottoli e finire in acqua. Tutti e tre erano componenti della stessa famiglia Doria originaria di quei luoghi, poi allontanatasene per ritornarvi periodicamente in ritrovi familiari allargati ai mogli e mariti acquisiti e ai rispettivi figli e nipoti. Dorella, la maggiore, la più appariscente ed espansiva delle tre sorelle, è la figura dominante nella famiglia, ora come un tempo. Dai racconti estorti da Stella a Diletta e Desirée emerge un rapporto difficile, ben più chiuso e ostile di quanto la prima voglia far apparire. Invidie, rancori, gelosie hanno minato un rapporto di anni, senza riuscire ad infrangerlo.

Stella, con la perspicacia della sua esperienza nella simulazione di una natura e dissimulazione di un’altra, non fatica a cogliere tutto questo, intuendo nel rancore che serpeggia fra i vari componenti un possibile movente dei delitti.

Il commissario Daviddi che viene regolarmente informato dell’andamento delle indagini dall’investigatrice, svolge un ruolo sottile ma decisivo nella vita professionale di Stella: figura legata alla regolarità civile, alla conciliazione della legge col codice etico, rappresenta per lei un’indefinita ma sicura àncora di legalità alla quale aggrapparsi. Riferirsi al commissario, una donna, professionale, discreta, determinata è importante per lei, perché le dà l’idea di sapere e volere ancora lavorare per la legge, di non essere irrecuperabilmente finita al di là del confine di integrazione sociale e civile. Una sicurezza che la sua famiglia, l’ex marito Piero ed il figlio Simone, ancora non riesce a restituirle, forse perché è troppo doloroso il timore che la parte oscura di sé possa ritorcersi contro le persone che più ama: “Quando vengo qui ho sempre delle reazioni contrastanti: da una parte affiorano ricordi di una vita felice trascorsa in una routine famigliare che credevo sarebbe durata per sempre, dall’altra mi prende l’impulso di accendere il motore e tirare il gas al massimo per allontanrami più in fretta che posso dal mio passato. A volte mi soffermo a chiedere a me stessa: ma io chi sono in realtà? ”. In questo monologo interiore c’è tutta la complessità del personaggio di Stella Spada, preda di istinti diversi, troppo debole per procedere sulla linea retta di principi e obiettivi fissi. E, casualmente, l’indagine stessa che si trova a seguire le sottopone uno degli interrogativi più discussi da filosofi e pedagogisti: “Io non so se la coscienza è qualcosa che nasca con noi, non so neppure se si può insegnare a una persona ad averne una nel caso ne sia completamente sprovvista”. Un interrogativo che, nell’insicurezza intrinseca che la caratterizza, Stella rivolge presto anche su di sé, in quel continuo autoesaminarsi che le impedisce di fermarsi a costruire rapporti stabili e sereni: “E la mia coscienza com’è fatta? È intera, parziale, difettosa, oppure è solo un tipo particolare di coscienza?

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