Il cuore delle donne, di Maurizio Garuti (Pendragon)

Il cuore delle donne, di Maurizio Garuti (Pendragon)

Cambia davvero la gente? O, in fondo, siamo sempre noi, siamo sempre quelli, con appena qualche maschera da alternare a seconda delle circostanze?

Maurizio Garuti, scrittore e autore di teatro, si pone questa domanda e ci risponde con questo libro, nel quale ha raccolto nel corso di anni decine e decine di storie di donne, “storie minime” come le definisce una di loro, ma “storie vere, storie di persone”. Dal primo dopoguerra ai giorni nostri, sfilano come semplici e immense protagoniste, donne del territorio bolognese, da San Giovanni in Persiceto, dove l’autore vive e lavora, a Budrio, Galliera, Crespellano, San Pietro in Casale, Medicina, Ozzano e le loro piccole frazioni, donne che hanno dovuto o voluto cambiare, molto o poco, dolorosamente con entusiasmo, sole o insieme. Sono cambiate perché lo chiedeva la vita, il destino, o più semplicemente una persona amata. 

Ogni capitolo, intitolato al nome vero della donna, racconta in prima persona un episodio particolare che ha segnato una svolta per lei, riflettendo, con il semplice ed efficace stile della cronaca autobiografica, quella storia nel contesto storico, sociale e culturale in cui la protagonista ha vissuto.

Per lo più, i primi capitoli, nei quali conosciamo donne del primo Novecento, ci restituiscono delle figure calate nella loro realtà, per le quali adeguarsi a tradizioni e consuetudini era normale: “Ho cominciato a lavorare in campagna a nove anni e quando ho smesso ne avevo settantatré” racconta Vittorina sposata a Florindo per procura, mentre lui era in guerra: “A fare la parte dello sposo c’era il fratello di Florindo (…). C’era una sola fede e suo fratello me l’ha infilata al dito”.

Non emerge la denuncia di una sottomissione sofferta dal racconto di Maria Luisa e Maria Maddalena, cresciute in un rispetto acritico e incondizionato per il padre, al quale “ogni mattina infilavamo le scarpe e la sera gliele sfilavamo. Gli mettevamo addosso il cappotto quando usciva, e prima la camicia: una figlia allacciava qui, un’altra allacciava là“. Il senso di sottomissione lo cogliamo noi oggi ma per loro era normale, era essere ubbidienti, avere rispetto; un rispetto che non hanno ritrovato, da adolescenti, nei rispettivi fidanzati, che le hanno deluse con la loro sfacciata superficialità. 

Non si coglie vergogna, né sfida in tutte le confessioni di concepimenti prematrimoniali; solo un amore semplice e sincero per un ragazzo che le faceva sentire speciali e che, per lo più, lo pensava davvero. La maggior parte dei matrimoni iniziati per legittimare una maternità sono durati per tutta la vita, a prova della fondatezza del sentimento che vi era alla base. Anche quando la scelta era fatta in un attimo, sotto i bombardamenti, ascoltando l’istinto di sopravvivenza, il senso di rassicurazione che veniva da un abbraccio sincero, come è stato per Pietrina che racconta, con un sorriso imbarazzato, di essere rimasta incinta in un rifugio antiaereo.

Il grande cambiamento nella coscienza femminile avviene dopo la seconda guerra mondiale, perché la Resistenza aveva tirato fuori le donne dalle case, le aveva formate ad una funzione sociale che si allargava rispetto ai confini familiari. Le grandi eroine come la Mimma, partigiana uccisa a Bologna nell’agosto del ’44, erano ancora portatrici di quell’idea di onestà, sicurezza ed abnegazione che aveva caratterizzato le donne delle generazioni prima: ma mentre quelle avevano circoscritto la loro forza e tenacia all’ambito familiare, le donne degli anni ’40 e ‘50 la portano fuori, nel paese, nel mondo: “Era arrivato il vento nuovo del dopoguerra. Tutto era diverso. Ma anche sempre uguale (…). Prendere su e infrangere le regole non era cosa semplice”.

Anni ’50, grandi imprese: le donne iniziano a costruirsi una vita nel lavoro proprio. Come Cesarina che cominciò in una sartoria di Bologna all’ultimo piano di un palazzo signorile che dava su Piazza Aldrovandi, a dodici anni, come cinna addetta alle mansioni più umili: “Facevo le pulizie, raccoglievo gli spilli che cadevano a terra, scendevo a comprare le cerniere e i rocchetti di cotone (…). Io, intanto, imparavo il mestiere. Dalle mansioni di ragazzetta di servizio ero passata all’apprendimento delle prime nozioni di cucito. Poi, passo dopo passo, anno dopo anno, da apprendista ero diventata sarta. E da sarta sono diventata modellista (…). Imparavo. Sono una che fa le cose con passione. Col cuore, ma anche con la testa. Mai meccanicamente. Ci riflettevo sopra(…). Ho rischiato, ho intrapreso e ho inseguito i miei sogni”.

Il cuore delle donne, come ha detto Cesarina, non è solo istinto, è anche ragionamento, riflessione.

Nel cuore c’è la storia delle generazioni precedenti che parla con il linguaggio del cibo, della cucina di campagna, dell’attenzione al gusto, alla qualità, al piacere di soddisfare gli altri. Come si assapora nel racconto di Oriana, allegra e spensierata che parla dell’impegno delle donne, e dei mariti al loro fianco, nell’allestimento e gestione del tutto volontaria del ristorante durante le settimane della Festa de L’Unità di Galliera: dalle otto del mattino all’una di notte sono tutte lì, a cucinare e a servire, come sorelle, “Perché lo facciamo? Perché ci piace. E poi ci crediamo. Crediamo in un mondo migliore”.

Ma nel cuore delle donne c’è anche una volontà guidata dalla ragione, dal buon senso, dalla capacità di immaginare qualcosa di nuovo e perseguire quell’idea di cambiamento come Anna di Castel Guelfo che lavorava alle Poste di Medicina e che accettò la reggenza di Vedrana, lontana e desolata frazione di Budrio dove riuscì a lasciare un segno di vita nel grigiore dell’ufficio o come Marisa che, di fronte alla scelta se restare nella grande azienda in cui si trovava o fare un salto nel buio in una piccola impresa appena nata dove poteva diventare protagonista di un’avventura appena cominciata, sceglie la sfida: “Avevo ventidue anni. Potevo permettermi di sbagliare”.

Nel cuore delle donne c’è la capacità di sacrificare se stesse in nome di qualcosa al quale si dà più valore, trovando un appagamento che sa compensare dei sacrifici, come la memorabile vita di Lisetta, figura di spicco nella Manutencoop, oggi Rekeep, una piccola famiglia quando entrò lei, giovanissima, che cominciò a crescere nella coscienza di essere una squadra prima ancora che nei bilanci:: “Il capitale umano, alla fine, è la nostra forza, siamo noi. Ognuno con la sua fame di riscatto, di dignità (…). Naturalmente ci sono i numeri, i grafici, i fatturati, che parlano di noi. Ma io preferisco le storie vere, le storie delle persone. Le storie minime”.

C’è la perseveranza nel cuore delle donne, la forza di andare avanti anche quando ci si trova davanti degli ostacoli che sembrano insormontabili come Emma che, rimasta a ventidue anni con un figlio di tredici mesi, ha passato la vita a lavorare per lui: “Lavoravo in campagna come bracciante, sempre portando con me il mio piccolino che stava buono sotto un albero” o come la rumena Madalina, unica a sostenere la madre nella malattia che le era stata diagnosticata come fatale e fulminante; con la prontezza di sacrificare tutto per tentare l’unica terapia possibile, seppur rischiosa per il fisico debilitato della donna. E Madalina, sembra quasi donarle una parte della propria forza, le sta accanto giorno e notte: “Questa prova mi ha fatto scoprire risorse dentro di me che neanche immaginavo. L’amore ha una forza invincibile. Ti trasforma, ti forgia le armi per tutte le lotte”.

Infine, c’è accettazione in quei cuori, un’accettazione dolcemente remissiva, per non rompere con una storia, con dei legami, che non si è ancora pronti a rompere, come Angiolina che, fidanzata ad un giovane troppo bello per mantenersi fedele, quando questi, in una delle sue avventure, compromette una ragazza, sopporta, anzi pretende che lui la sposi perché era quello che doveva fare. Ma c’è anche un’accettazione diversa, quella risoluta a rinunciare a legami e convenzioni, come quella di Nunzia, innamoratasi dello sguardo onesto e sincero di un marocchino e pronta ad accogliere le sue usanze accanto alle proprie, combinandole con serenità, per lui, per sé e per i figli: “Spesso e volentieri finisco per saltare il pranzo e fare un mio piccolo ramadan, senza però rinunciare al caffè la mattina. Mi comporto così per sentirmi vicina a lui, lo faccio per rispetto e per amore. Non mi sento calpestata. Ogni anno a casa nostra c’è l’Albero di Natale”.

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