Emanuele Termini, friulano, al suo primo romanzo, condensa in queste pagine un entusiasmo profondo per Venezia, della quale restituisce la propria visione appassionata, senza tempo, insaziabile: “A Venezia io ci vado da sempre, da quando so come si fa. Non ho neanche bisogno di un pretesto, semplicemente ci vado; c’è stato un periodo in cui non guardavo nemmeno le previsioni del tempo, andavo e basta, poi se pioveva sceglievo di fare delle cose piuttosto che altre (…). Ci sono dei luoghi che, anche se segnalati, importanti e famosi, per qualche ragione non vengono visitati dalle masse. Sono quei posti in cui arrivi solo se ti perdi o se ti ci manda qualcuno che a sua volta ci si è perso“. Ed è da uno di questi posti mistici, poco conosciuto, che conserva il fascino di secoli passati, che sembra cominciare tutta la storia: l’Isola di San Lazzaro degli Armeni.

Una storia che nasce da una traccia appena accennata che Termini trova in un libro di Alberto Toso Fei, Misteri della laguna e racconti di streghe, dove l’autore “in poco più di una pagina, aveva percorso il viaggio di un georgiano che nel 1907, partito da Odessa per raggiungere Berlino, era passato da Ancona e aveva soggiornato a San Lazzaro degli Armeni a Venezia”. Poche righe che però hanno su di lui l’effetto magico di suscitare curiosità e quando un autore “con la magia delle parole riesce a insinuare nella mente del lettore il dubbio su un mistero da svelare, si spalancano le porte della fantasia”. Come un filo d’Arianna, Termini comincia a riavvolgere le tracce di questo Josif Džugašvili. Ha ben chiaro di chi si tratti. Ed è deciso a trovare una fonte attendibile e inconfutabile che lo collochi in quell’isola veneziana nel 1907. Una missione autoimposta, una sfida a se stesso e alla storia, una caccia instancabile ad ogni possibile fonte che possa costituire prova certa di quel passaggio: telefonate, letture, incontri in loco o nel resto d’Italia. Sembra che Termini abbia preso un periodo sabbatico da quella che era fino a quel fatidico giorno la sua vita normale, per rincorrere, dovunque promesse di informazioni lo attirassero, quella che era diventata una sorta di ossessione. Dai primi anni del ‘900, in Georgia, a Gori, dove nacque e visse la giovinezza Josif, ai primi moti di ribellione al regime zarista, alla nascita del movimento socialista, Termini ricostruisce la biografia del suo personaggio ed il complesso contesto socio-culturale nel quale era calata, alternando – sulla scia delle strutture di molti romanzi storici di oggi – presente e recente passato, lasciando il lettore in continua attesa di una soluzione al misterioso personaggio e al suo presunto passaggio da Venezia.

Nella ricerca di chiunque potesse in qualche modo essere in possesso di informazioni, conoscerà persone speciali, che gli daranno uno o più tasselli con i quali cercare di ricostruire quel puzzle di luci e ombre che è stata la vita dell’anarchico georgiano. Inseguirà quella figura sfuggente come l’eroe di una saga nordica, negli innumerevoli spostamenti, fughe, cambi d’identità, prigionìe, guerriglie. Ogni nuovo nome di cui quel personaggio si appropria per sfuggire alle persecuzioni realiste è un gradino sul quale l’autore arranca nella speranza di avvicinarsi di più alla fatidica prova storica del suo passaggio a Venezia “che la storia era riuscita a dimenticare o a insabbiare in qualche modo, confuso tra tante altre vicende. Era tutto minuziosamente sparito, cancellato”.

Sulla scia della rocambolesca vita di Josif, Termine vive lui stesso una sua avventura, soprattutto umana. Mescolando tratti biografici del suo personaggio misterioso ad un percorso pseudo-turistico alternativo della città, alla cronaca della propria caccia senza sosta di ogni documento possibile che potesse riferirsi a lui, documentandone il passaggio a Venezia, costruisce un intreccio di romanzo storico-biografico e racconto di viaggio. Ogni volta che torna a Venezia per cercare materiale o incontrare persone che gli possano dare nuove informazioni, scopre angoli nuovi entusiasmanti e ci porta con sè in un percorso nuovo e indimenticabile.

Ecco perché,  nonostante di invenzione letteraria ci sia ben poco, il libro, ricco di humour, suspense, romanticismo, passione politica, sfumatura gialla, coinvolge e appassiona come un romanzo dalla prima all’ultima pagina: è un’avventura, un giallo, una spy-story, una fedele ricostruzione biografica, un racconto di viaggio.
È un canto a Venezia, che “è un’anomalia: tra tutti i modi di costruire una città è quello meno prevedibile, un esempio di creatività e tradizione” e un inno ai libri, come oggetto soggettivamente prezioso nel suo contenente prima ancora del suo contenuto. 

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