La rosa di Bologna, di Paola Goretti (Minerva, collana Fatterelli Bolognesi)

La rosa di Bologna, di Paola Goretti (Minerva, collana Fatterelli Bolognesi)

Delizioso: dalle immagini di Alice Oliveira che traspirano brezza e profumo alle parole di Paola Goretti che è riuscita a fondere prosa e poesia in un testo incantevole che danza ad un ritmo di figure retoriche: allitterazioni, allegorie, assonanze, consonanze, climax, metafore, analogie, iterazioni, onomatopee, metonimie.

È la storia narrata in prima persona dalla rosa stessa, di un fiore dello stabilimento bolognese di Orticoltura Bonfiglioli avviato nel 1883 con la sede in pieno centro, in via Galliera, proprio dietro via Indipendenza (immaginamo un tempo in cui era possibile che un vivaio fiorisse in città). Nel suo ricco catalogo di rose spiccava la Principessa di Napoli dedicata a Elena del Montenegro. Nel 1905 lo stabilimento fu trasferito in località Alemanni (Quartiere Mazzini) dove si potè sfruttare uno spazio maggiore anche di visibilità esterna con vetrine allestite di splendidi mazzi che attiravano l’attenzione dei passanti. Ma non fu solo questione di visibilità; il segreto del successo delle rose dei Bonfiglioli era “la resa incondizionata al cambiamento”, la ricerca continua di novità che seppe pienamente interpretare, con la sua passione per l’ibridazione, Massimiliano Lodi, amministratore di una ricca tenuta bolognese che produceva e commerciava ortaggi e fiori recisi. Da questa frenesìa di evoluzione continua nasce la Variegata di Bologna, il 22 maggio del 1909, giorno di Santa Rita, patrona delle rose. La pagina in cui la rosa si descrive è bellissima: Paola Goretti riesce a trovare parole ad effetto pittorico-musicale di grande efficacia descrittiva, creando una sorta di racconto nel racconto. Dalle prime forme che l’avevano contraddistinta alla nascita, sempre sul filo delle continue mutazioni, la Variegata di Bologna acquistò nuove striature, che Lodi apportò forse sulle suggestioni che gli vennero dal suo viaggio in Argentina, dove i Bonfiglioli avevano aperto una filiale: “ondeggiamenti dei petali, certi bruschi scart a zig zag, certe interruzioni, certe riprese”.

L’età d’oro della rosa protagonista di questa storia finisce quando salgono agli onori della cronaca altre nuove specie: la Giosuè Carducci nel 1910, la Garisenda, la Ricordo di Geo Chávez e la Ricordo di Luigi Galvani nel 1911, la Carmen e la Clementina Carbonieri nel 1913.

Nel racconto emerge una Bologna fine e colta di Primo Novecento, con “i tramvai, i café chantant alle mode di Francia, la vita notturna, balli e ricevimenti” alla luce elettrica da poco introdotta: “Era un gran fermento. Era un gran fremito. Una specie di dolce vita” dove però “dovevano esserci anche le piccole cose. Perché le cose piccole potevano avere lo stesso valore. Potevano contribuire a rigenerare la giornata. Potevano essere promesse di bellezza permesse a tutti. Perché la bellezza doveva essere per tutti. Poteva educare alla poesia del quotidiano”.

Le pagine scorrono fra le immagini rievocate dalla penna poetica dell’autrice e dalle figure delicate dell’illustratrice e ci si perde sfogliandole, con la voglia di ricominciare il racconto da capo.