La sposa scomparsa, di Rosa Teruzzi

La sposa scomparsa, di Rosa Teruzzi

Una Milano che riesce ad essere luminosa, dinamica, serena, anche se colpita da crimini e misteri inquietanti. E coerente con l’anima di questa Milano un trio di protagoniste che svolgono più o meno professionalmente la funzione di investigatrici. Unica formalmente investita del ruolo istituzionale di poliziotta è Vittoria, poco più che adolescente, un po’ ribelle, trasgressiva ma non troppo, apparentemente insoddisfatta sul piano sentimentale, indecisa su tante cose ma non sul proprio lavoro e non sull’affetto per le due generazioni sopra di lei: la madre Libera e la nonna Iole. Pur sentendosi anni luce da loro per carattere e valori, Vittoria percepisce ancora più forte il legame che le unisce: una dopo l’altra, sole tutte e tre, ognuna forte di proprie risorse uniche, ognuna fortemente bisognosa di contare sulla presenza e a volte sull’appoggio diretto delle altre. Ciò non toglie che vi siano delle frizioni derivanti dal carattere e dal background emozionale, in particolare fra Vittoria e Libera, il cui rapporto è spesso chiuso e freddo in una sorta di muto rimprovero che la figlia rivolge alla madre per aver abbandonato le ricerche sull’assassino del marito. Qualche frizione è inevitabile anche fra Libera e Iole per la profonda differenza caratteriale che le separa: tanto introversa, morigerata e riflessiva la prima, quanto esuberante, trasgressiva, disinibita la seconda,  E’ una struttura familiare resa dall’autrice con una tecnica efficacissima: mescolando un’ ironia contenuta nell’umorismo moderno e intelligente con un pizzico di sentimentalismo ben dosato, riesce a presentare ai lettori una soluzione umana credibile, simpatica, attualissima. Così l’indagine si dipana secondo i fili delle tre diverse personalità: un po’ con la competenza professionale di Vittoria, un po’ con la stravagante vitalità di nonna Iole e un po’ con la spontanea e profonda capacità empatica di Libera. 

Sottile, scorre in tutto il romanzo, il flusso noir della nostra società: l’egoismo, la superficialità, la polemica pubblica di una comunità pronta a scagliare dardi di sdegno e disprezzo contro chi si macchia di delitti atroci ma altrettanto pronta a pensare che potrebbero anche esserci motivi poco puliti di fronte a sparizioni così improvvise (“l’inevitabile fango delle supposizioni”) e, infine, pronta dimenticare trasformando in silenziosa tolleranza la sua denuncia.

E’ dunque lei, Libera, che nello stato di preoccupazione continua per la figlia tante volte sfuggente e chiusa in se stessa, non riesce ad ignorare la richiesta di Rosalia, una madre disperata per la scomparsa, più di vent’anni prima della figlia Carmen, una figlia che allora aveva l’età della sua di adesso.
La sensibilità dell’istinto materno è al centro dei rapporti interpersonali fra i vari protagonisti: una sensibilità diversa da individuo a individuo ma che va compresa e accettata. Il rapporto fra Vittoria, Libera e Iole è sì spiritoso, avvincente, coinvolgente ai fini della trama del romanzo, ma l’autrice lo sfrutta anche per un altro messaggio, quello della capacità di accettarsi a vicenda, di non rifiutare caratteri diversi dal nostro, che potremmo giudicare con sufficienza o, peggio, disprezzo. Le tre protagoniste sono puzzle con forme del tutto differenti che proprio per questo si agganciano alla perfezione. E restano unite.

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